WELFARE MUNICIPALE

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IL WELFARE MUNICIPALE

La sfida del prossimo decennio

Più della metà del reddito di una famiglia è assorbito da: casa, spesa energetica, spesa alimentare.

Nelle fasce più deboli queste tre voci arrivano a sfiorare un assorbimento del 70% del reddito disponibile.

Questa distorsione determina due effetti: il primo, le famiglie sono costrette a drastiche manovre di contenimento della loro spesa e, non potendo tagliare sulla casa nè, se non in minima parte, sull’energia, tagliano sulla spesa alimentare e sugli altri consumi: la spesa per alimenti si è ridotta rispetto all’anno precedente per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale; il secondo: la contrazione dei consumi determina la contrazione dell’economia e, dunque, del lavoro.

In questo modo si alimenta una spirale perversa per cui il reddito a servizio dei consumi è sempre più ridotto, e la contrazione dei consumi determina riduzione dei posti di lavoro, cioè, ulteriormente, del reddito.

L’evidentemente eccessiva incidenza di alcune voci sulla composizione della spesa delle famiglie impone una riflessione; infatti, una quota significativa delle risorse che vengono impiegate dai consumatori per assicurarsi un alloggio e l’alimentazione non ritorna nel circuito economico; sono risorse che, in una parte significativa, vengono drenate a beneficio di ceti che non contribuiscono, se non marginalmente, alla crescita economica del Paese; certamente non in misura proporzionale a quanto ricavano dalla sua economia.

In altre parole, il denaro che le famiglie spendono mensilmente per la casa, che si tratti di rate di mutuo o di canoni di affitto, non crea lavoro se non in minima parte; in gran parte remunera, direttamente o indirettamente, la rendita fondiaria e quella finanziaria.

Il consumo di prodotti contribuisce a creare e mantenere il lavoro col quale sono stati confezionati; la contribuzione a rendite, chiaramente, no.

Si tratta, insomma, di un’economia parassitaria che non crea valore aggiunto ma sfrutta, ben oltre il punto di equilibrio, una distorsione del mercato.

È infatti evidente che non esiste proporzione tra i valori di mercato degli immobili (espressi sia in forma di prezzi di compravendita che in forma di canoni di locazione) e il costo teorico di produzione degli immobili.

La differenza è determinata dalle diverse zavorre parassitarie che gravano su quella dinamica dei prezzi: dalla speculazione sui terreni, ai ricarichi sui lavori edili; dall’effetto rialzo provocato dalle mediazioni, alle politiche bancarie sui mutui e all’induzione del bisogno, che droga la domanda e fa alzare i prezzi; meccanismi, tutti, che si riflettono anche sui canoni di locazione.

Del pari, i prezzi al consumo degli alimentari appaiono spesso talmente sproporzionati rispetto a quelli riconosciuti ai produttori, da legittimare il sospetto, più che concreto, che ancora una volta l’intervento intermediativo di una frangia parassitaria dell’economia ne determini la lievitazione.

È pacifico che il prezzo finale debba incorporare il costo della distribuzione e il giusto utile a chi distribuisce, ma incrementi di prezzo dell’ordine delle otto/dieci volte rispetto all’origine non possono giustificarsi: o il sistema è paurosamente inefficiente o qualcuno ne approfitta molto oltre il lecito.

In entrambi i casi la situazione non può rimanere senza intervento, a pena di collassi devastanti, il cui prezzo sarebbe comunque pagato dai cittadini.

Il compito della politica deve essere quello di restituire dignità e qualità della vita alle famiglie restituendo potere di acquisto al loro reddito, non tanto incrementandolo (non farebbe che ingrassare l’economia parassitaria senza far crescere il lavoro), ma intervenendo sui prezzi, determinandone la discesa.

Posto che è impossibile ipotizzare l’introduzione di un regime di prezzi amministrati, la mano pubblica dovrà operare con gli strumenti del mercato, investendo risorse per fare incontrare domanda e offerta al di fuori del circuito della intermediazione/distribuzione parassitarie.

In pratica: la spesa per la casa dovrà essere ridotta immettendo nel mercato alloggi a basso costo.

Si usino superfici edificate inutilizzate, soprattutto quelle urbane già in mano pubblica (caserme, edifici pubblici dismessi) e le si utilizzino per trasformare l’edificato esistente in abitazioni a basso costo o per edificare a costo predeterminato, in modo da avere un gran numero di case finite al costo di produzione inferiore ai mille euro al metro quadro.

Si finanzino le costruzioni con i fondi degli investitori istituzionali (banche, assicurazioni, fondi previdenziali), magari reintroducendo il principio della riserva immobiliare sul loro patrimonio, sciaguratamente abolita negli anni 90. Trasformare una ex caserma in abitazioni può costare 600 euro al metro quadro. Significa che un’appartamento di 80 metri quadri può costare meno di 50.000 euro. In vent’anni di affitto si può ammortizzare l’investimento anche al netto dei costi di gestione.
E significa poter offrire a fondi istituzionali europei di investire nell’operazione con una redditività garantita dal comune che la promuove.

I capitali collettivi nazionali, poi, saranno oltretutto così sottratti al rischio della speculazione e del saccheggio, e saranno remunerati con la rendita degli immobili.

Le case così realizzate, in numero tale da incidere significativamente sul mercato, non andranno mai vendute, ma affittate, locate alle famiglie a canoni che remunerino, a un tasso parametrato sui titoli pubblici, il capitale investito da fondi pensione privati e pubblici, compagnie di assicurazione, banche, ma anche amministrazioni locali.

Se si riusciranno a offrire alle famiglie case in affitto a canone accettabile, coniugato alla certezza di non essere in balia del capriccio di un padrone di casa che può decidere di non rinnovarti il contratto, si riuscirà a ridurre fortemente il drenaggio del reddito dovuto agli attuali costi della casa.

L’attuale situazione, che vede quasi l’80% delle famiglie intestatarie dell’abitazione (non si può dire proprietaria, considerati i mutui e le sofferenze), viene spesso magnificata come un elemento di forza della nostra economia; è invece un fattore di rigidità che ne frena la crescita.

Si tratta di risorse enormi immobilizzate per fornire ai cittadini (finchè le famiglie riusciranno a pagare i mutui) un’abitazione a prezzi del tutto ingiustificati, determinati da valori immobiliari artificiosamente alti.

Liberare queste risorse, significherebbe dare ossigeno ai consumi e, con essi, alla crescita e al lavoro: senza mercato interno non si cresce.

La riduzione dei prezzi nell’alimentare è ancora una volta perseguibile investendo nell’accorciamento del percorso a cui sono oggi costrette, per incontrarsi, la domanda e l’offerta di generi alimentari.

Devono essere finanziate le iniziative di vendita diretta dei produttori, superando le opposizioni delle grandi distribuzioni e di tutti gli intermediari.

Anche in questo campo, con investimenti del tutto modesti rispetto ai risultati ottenibili, è possibile liberare grandi risorse oggi dirottate dal consumo di prodotti all’arricchimento parassitario.

Come pure risultati concreti possono essere conseguiti con il recupero dello spreco, anche ricorrendo al contributo del volontariato.

Basterebbero pochissime risorse per stimolare e finanziare iniziative di valorizzazione delle derrate alimentari in scadenza, o in eccedenza.

Sono beni deteriorabili la cui gestione costituisce un costo rilevante per le organizzazioni che li hanno in carico, e che invece potrebbero costituire una risorsa a bassissimo costo per larghe fasce di popolazione.

Ogni euro investito nel recupero dello spreco rende, direttamente e indirettamente, infinitamente di più di investimenti di sostegno diretto alle famiglie in difficoltà.

Negli ultimi venti anni, per effetto della spirale parassitaria, sempre più cittadini sono diventati più poveri, e un numero sempre più ridotto di persone ha visto concentrare nelle sue disponibilità una ricchezza sempre maggiore.

Questa economia ha reso i poveri sempre più poveri e numerosi; e i ricchi sempre più ricchi e meno numerosi. Pochi ricchissimi non sostengono i consumi interni, è evidente.

Oltre, quindi, all’insopportabile ingiustizia sociale, si realizza il paradosso (solo apparente, in realtà è tutt’altro che paradossale) per cui un’economia iperliberista non cresce.

Gli interventi di cui si è abbozzata la descrizione non sono appannaggio esclusivo dell’amministrazione nazionale.

I meccanismi descritti come operanti nel paese sono aggredibili anche a livello locale. Anzi, la maggiore agilità di un’amministrazione comunale di medie o grandi dimensioni, rende, teoricamente, assai più diretti ed efficaci gli interventi.

Si tratta di ripensare il welfare municipale. Quella di intervenire a livello comunale a sostegno della popolazione in difficoltà economica è stata un’esigenza già sentita, e affrontata valorosamente, dalle amministrazioni comunali negli anni 60 e 70.

Si pensi al welfare municipale della Milano di quegli anni, ma anche alle “vendite controllate” varate dal comune di Brescia negli anni 70.

Il tema è ineludibile, e gli interventi comunali sulle dinamiche dei prezzi sono potenzialmente in grado di produrre benifici alla popolazione e alla stessa amministrazione assai superiori alle risorse che vi potrebbero essere impegnate.

Nessuna agenda politica territoriale dei prossimi anni può ignorare questa sfida.

Brescia, 21 dicembre 2010

Tempo Moderno

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5 Responses to WELFARE MUNICIPALE

  1. Aldo says:

    Il welfare viene spesso assimilato alll’assistenza. Precisamente il primo welfare con l’assistenza dello stato e il secondo welfare come quello integrativo: dell’azienda o di altri soggetti più o meno interessati. Quasi sempre è abbinato alla Famiglia con bimbi o che avrà bimbi. Dunque le Famiglie senza bimbi sono poco considerate, per non parlare delle “Famiglie” composte dai single che non paiono aver bisogno di welfare (i separati poi…). Poche aziende “illuminate”, con i capi illuminati, come Luxottica (ma bellissima quella di I & P) intepretano il welfare come l’oppotunità di integrare il reddito del lavoratore contrattando agevolazioni che Egli da solo non otterrebbe mai. Noi pensiamo al welfare come ad un motore di opportunità per tutti.
    Per esempio il progetto asilogratis. L’idea di concludere convenzioni con soggetti economici di vicinato (negozi, artigiani, professionisti), dove le Famiglie possono acquistare prodotti o servizi a prezzi scontati è un progetto su cui lavoriamo da qualche tempo. Lo sconto concordato viene girato al nido frequentato dal bimbo che a sua volta lo scala dalla retta di fine mese. In pratica effettuando le spese previste dal proprio bilancio familiare presso soggetti convenzionati, si genera un valore aggiunto che viene utilizzato per azzerare la voce “nido”. Al risparmio delle Famiglie, si aggiunge l’aumento di fatturato di negozi (abbigliamento, accessori), artigiani (elettricista, idraulico), professionisti (commercialista, avvocato), i quali in pratica rinunciando ad un pezzetto del loro utile raggiungono (gratuitamente) nuovi clienti. A Tradate (il nostro piccolo paese) di recente la nuova amministrazione ha deciso di puntare molto sul welfare inaugurando “gli sati generali del welfare locale di Tradate” con motivazioni varie. Non ultima quella della mancanza di soldi per tutto o quasi. Essendomi già dilungato (spero di non aver abusato) troppo, di questo argomento rimando al mio nuovo “michiamoaldo.blogspot.com” inaugurato proprio per chiacchierare di queste tematiche. In conclusione, penso che iniziative di welfare possono velocemente tramutarsi in vantaggi concreti. L’intervento di supporto (non economico, ma di garanzia) delle istituzioni permette a questi vantaggi dimensioni maggiori.
    http://www.nonnapaperaintradate.it

  2. anonimo says:

    Un articolo chiaro, sintetito ed attualissimo che descrive il progressivo impoverimento delle famiglie e le nicchie di pochi ricchi sempre più ricchi che non contribuiscono se non in minima parte alla crescta del Paese.
    Complimenti!
    Purtroppo anche io non vedo novità all’orizzonte, la politica ed i politici sembrano non avere ancora preso coscienza di questa situazione. Al massimo si prendono a cuore solo gli interessi di alcune fasce, in genere di quella parte del loro elettorato e delle loro amicizie… mai e poi mai hanno saputo difendere le famiglie ed i loro figli!!
    Possibile che in un paese considerato retrogrado come la Fed. Russia ci siano incentivi considerevoli per il primo figlio, ed ulteriori decisamente più importanti per i successivi… mentre da noi non c’è nemmeno il controllo sui prezzi per i prodotti dedicati all’infanzia?

    • TEMPO MODERNO says:

      Tutto vero quel che dici; la risposta alle Tue domande è una sola: partecipazione. Non chiamarsi fuori, non pensare che essere cittadini sia solo andare votare ogni po’ di anni. La maggioranza, la grandissima maggioranza dei nostri concittadini sono brave persone; chi non lo è fa credere loro di non poter incidere sulla realtà, di non poter determinare il cambiamento.
      Non è vero: cambiare si può.

  3. TEMPO MODERNO says:

    per vedere iniziative di questo segno occorre un cambiamento sostanziale della politica cittadina, con l’emergere di elementi di novità sostanziale capaci di condizionare quel che di vecchio, inevitabilmente, rimarrà

  4. CATIA CHIESA says:

    ad oggi, da questo interessante articolo è passato un anno e non vi è alcun riscontro di iniziative che cavalchino questa sfida e in prospettiva nessun accenno ad una agenda politica territoriale………..Solo interventi “tappa buchi”!

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